Andrea Zanzotto nel ricordo di Claudio Magris
Riproponiamo un interessante articolo di Claudio Magris, apparso su Corriere.it lo scorso 19 ottobre (il giorno dopo la morte di Zanzotto) con il titolo di “Un oracolo arcaico e moderno” per sollecitare la riflessione.
Ciò che rimane, che è destinato a restare, lo fondano i poeti, dice un verso di Hölderlin. La grande, unica e irripetibile poesia di Andrea Zanzotto è un’espressione possente, con vette di altezza ardua e vertiginosa, di questa lirica intesa quale creazione che penetra nella vita, gesto e parola di Orfeo che muove le pietre e apre le porte dell’Ade, va alla scoperta del
senso o del non senso del mondo.
Zanzotto è l’ultimo o uno degli ultimi grandi ad aver creato questa poesia orfica, oracolare, capace di cogliere la vita intera, anche nella sua più disarticolata e profanata contemporaneità, nei suoi frantumi, perché il senso del sacro che la pervade abbraccia ogni cosa. Nella poesia di Zanzotto la lingua è – ancora o nuovamente – casa dell’essere, anche se di un essere sconquassato e spesso violato. Zanzotto è arcaico e insieme contemporaneo, come rivela il suo linguaggio lirico, impervio e classico, che assume su di sé, come un vate antico, la bellezza e il degrado, la vita e le sue trasformazioni – anche quelle che sembrano distruggere le possibilità di poesia. Il geniale uso – o meglio invenzione, reinvenzione – del dialetto e del petèl, il linguaggio infantile della vita e del suo innocente e impudico sbocciare, fa di lui un poeta classico e insieme innovatore; vicino alla babele del nostro mondo. È un dono, per me, averlo incontrato, conosciuto e frequentato, insieme alla sua Marisa e ai suoi figli, in un legame che comprende anche la mia famiglia e amici comuni – Bruno Visentini, Giuseppe Bevilacqua, Cino Boccazzi, Nico Naldini e altri ancora – di quel pezzo di universo fra Treviso, Oderzo e Conegliano in cui il veneto diventa la lingua della terra, del suo ventre, del suo cuore e del suo spirito, dell’epica e sanguigna unità della vita che non si lascia turbare da scosse come la morte. Fra i ricordi che ho di lui, quello che forse mi è più caro è un incontro al caffè della stazione di Mestre, in cui abbiamo composto insieme quella filastrocca-nenia-ninna nanna-glossolalia infantilmente sboccata che ci aveva chiesto Fellini e che nella «Città delle donne» dice, o meglio rumina e borbotta, la motociclista Jole Silvani. Grazie, Andrea, e stai tranquillo: non praevalebunt.